Non è colpa tua, è un normale procedimento mentale!
Non so cosa ci trova la gente di rassicurante, sconvolgente e importante a continuare per degli anni a spender dei soldi ogni settimana, e neanche pochi, passare 50 minuti a parlare ad uno che non si sa neanche se ascolta e poi sentirsi dire che non è mai colpa tua.
La colpa è sempre di qualcuno che ti ha educato.
E la sua colpa è sempre di qualcuno che ha educato lui, prima ancora.
In pratica la colpa non è mai di nessuno.
Da farne allora dei tribunali?
A me andare dallo psicologo è servito solo per ricordarmi di mia nonna che lui, lo psicologo, diceva che era tutta colpa sua, della nonna.
E lei, a proposito dei tribunali, quando sentiva parlare di questi famosi principi del foro, questi avvocati superman che risolvevano tutti i casi, lei credeva si parlasse di quello che raccoglie i sassi a Forum, la trasmissione di rete quattro, che lei lo chiamava poi il Principe di Forum.
Con la nonna ho passato tutta l’infanzia lassù al terzo piano di via San Felice vista tetti, e devo dire che il suo metodo di educazione era particolare, se era poi un metodo.
Me e mia sorella potevamo fare quello che ci pareva, in pratica, perchè tanto, qualsiasi fosse la richiesta che veniva rivolta alla nonna, la risposta era sempre Adesso dopo!
La nonna era troppo impegnata.
Il giovedì faceva tardi che doveva aspettare i numeri del bingo del TeleMike e stava tutto il tempo con la schedina di Tv Sorrisi e Canzoni in mano e si risvegliava solo per la discesa dallo scalone delle vallette con i numeri.
Altre due sere alla settimana andava a giocare a bestia a casa della moglie del carbonaio e ogni tanto passava la Piera che le doveva fare il pedicure e passavano le ore a scavare occhi di pernice e limare duroni.
Ma se chiedevi una cosa, la risposta era sempre Adesso dopo!
Non aveva proprio tempo, la nonna, che con tutti quegli impegni non si alzava mai dal letto prima delle 11 poi si vestiva di tutto punto, prendeva il ventaglio e si attaccava al telefono.
Delle ore al telefono.
E se non mi diceva Adesso dopo, mi mandava a prendere il sale grosso dal tabaccaio.
Non so cosa ci facevamo in casa noi con tutto quel sale grosso li, ma io almeno una volta a settimana ero dal tabaccaio a prendere due pacchi di sale grosso e i zolfanelli.
Una delle poche persone che mi stavano simpatiche, amiche di mia nonna, uno che ogni tanto passava a trovarla, era Massimo, il figlio della signora dell’abbigliamento all’angolo.
Aveva poi l’età di mio padre, ma la nonna diceva sempre che lei, quando Massimo era piccolo, l’aveva tirato su a baci, l’aveva portato ai giardini e gli aveva voluto bene come ad un figlio.
E dire che a me, che son pure parente, la nonna non ha mai portato da nessuna parte.
Solo una volta, dal tabaccaio a prendere due scatole di sale grosso, che lei aveva 50mila lire e non si fidava che mi dessero il resto giusto.
Massimo, diceva mia madre, aveva una passione per me e da neonato lui mi parlava in inglese perchè aveva sentito dire che i bambini son delle spugne e imparano subito.
Solo che lui l’inglese non lo sapeva.
Infatti non lo so neanche io.
Poi anni dopo ho saputo che Massimo era andato a Londra, forse a studiare l’inglese per davvero, ma poi era tornato, che si era accorto che l’inglese che sapeva lui non era inglese, lui sapeva l’americano, diceva.
Poi non l’ho più visto.
Mi è dispiaciuto.
E un giorno abbiam cambiato casa, coi miei genitori, e abbiam lasciato la nonna li tra le sue cose, da sola, ma senza cattiveria.
Solo che lei non ha capito e tra le lacrime, il giorno che siam partiti per andare poi tre strade più lontano, ci ha detto Vi ho voluto anche bene!!
Anche che cosa, nonna? gli ho chiesto che volevo capire, almeno quella volta li.
Adesso dopo! ha risposto.
Lo psicanalista dice che è colpa sua, della nonna.

Mi ricordo…

30/11/2010

Mi ricordo che Matteo, il mio nome, non mi piaceva che l’avevo solo io. Preferivo Marco, come Marco Botton del catechismo

Mi ricordo la prima volta che mi han detto Non fare il tuo numero e non avevo mica capito

Mi ricordo mia nonna, che era poi lei a dirmelo

Mi ricordo che mi passavano la cornetta Di ciao alla zia

Mi ricordo la prima volta che ho fatto un numero di telefono da solo e stavan tutti li ad ascoltare e io parlavo piano

Mi ricordo quella volta che ho ribaltato la libreria della nonna, ho capito dopo cosa intendeva lei per “fare il tuo numero”

Mi ricordo che son venuto a casa con un braccio rotto, mia nonna mi porta all’ospedale però Aspetta che prima mi devo truccare

Mi ricordo la casa di campagna che è ancora la, solo più piccola

Mi ricordo i crostoni di sangue sulle ginocchia tutta estate, a cadere in bici, alla casa di campagna

Mi ricordo che mi dicevano Soffia che ti passa e io soffiavo

Mi ricordo mio nonno, il marito della nonna, che aveva una mamma, mia bisnonna, nuna vecia la chiamavamo

Mi ricordo quella volta che alla casa di campagna, per provare l’invisibilità, mi metto un cappello davanti alla faccia e a momenti muoio annegato in un fosso

Mi ricordo la cocomera tenuta in fresco nel pozzo

Mi ricordo il bagno nella vasca solo il sabato

Mi ricordo il gatto della nonna, Lapo, Perchè è rosso diceva lei

Mi ricordo Mettiti di fianco a tuo cugino, vediamo chi è più alto

Mi ricordo Felisi, Bortolozzi, Zambelli la domenica mattina, citofonargli per la diffusione stampa dell’Unità col nonno

Mi ricordo il nonno che ci prendeva la crema di castagne, sembrava cera

Mi ricordo la prima volta che ho tagliato i baffi e ho detto che era stato il barbiere

Mi ricordo che quando tornavo a casa dal barbiere, mi mettevo subito il cappello che non mi piaceva la riga

Mi ricordo che una volta ho pisciato in un fustino del Dixan, così per vedere cosa succedeva

Mi ricordo la notizia di un piccione con due teste, sul Carlino

Mi ricordo che non ho mai finito un album calciatori, neanche WWF

Mi ricordo che una volta mi ha scritto Folco Quilici WWF, non sapevo mica chi fosse, però ero felice che non mi aveva mai scritto nessuno

Mi ricordo alle elementari l’amico di penna inglese, non ci siam mai scritti

Mi ricordo che una volta ho fatto vincere la guerra mondiale all’esercito dei faraoni che c’erano anche i sioux e i napoleonici

Mi ricordo l’Adalgisa che tutti i lunedì mi diceva Non ti ho visto alla messa, credi di non averne più bisogno?

Mi ricordo Giacomo che lanciò una banana contro una finestra, a scuola, era acerba diceva lui

Mi ricordo che ogni tanto mi faccio fare dei pacchetti regalo, nei negozi, ma non devo mica regalare

Mi ricordo che una volta non ho consegnato un regalo, mi vergognavo, però ho fatto bene che il regalo faceva schifo

Mi ricordo che ogni bacio, mi pulivo la faccia con la mano

Mi ricordo che si stava tutti zitti durante il Tg3

Mi ricordo che ho falsificato l’autografo di Topo Gigio per una mia amica che credeva abitasse nel mio palazzo

Mi ricordo quando ho scritto una lettera d’amore, sette pagine stampatello, ho sbagliato indirizzo

Mi ricordo di una che mi telefonava da dentro l’armadio, diceva lei

Io nel 1950 ero già nella fase critica, un bel po’ critica.
Te ridi? C’è poco da ridere.
Io ero rimasto a Togliatti e Gramsci e quando si andava in federazione, c’era tutta un’aria.. tutti facevano qualcosa.
L’ho fatta io la Casa del Popolo li all’incrocio li dove stai tu, un piano ogni anno.
Tre piani e ci siam fermati che eravam già più alti del campanile della chiesa.

Poi la diffusione stampa tutti i giorni e l’Unità era un giornale, mica come adesso.
E c’era L’Ora, Paese Sera, Stampa Alternativa, Rinascita, Donna, mica come adesso che è tutta una reclame e gli articoli stan li giusto per dire che è un giornale.
Te ridi? C’è poco da ridere.

L’altranno mi han dato un bussolotto e mi han detto Raoul, chiedi le offerte per l’Anpi a quelli che passano poi gli dai il patacchino.
Pronti.
Prendiam il bussolotto e i patacchini, mi metto li nel passaggio.
Tutti a dire Grazie, che bel patacchino, si figuri, lo metto io?…
Neanche uno che ha dato un franco.
Te ridi? C’è poco da ridere.
Senza soldi non si va mica tanto in la.

Un anno, che io ero già in fase critica, mi chiamano in federazione Raoul, dobbiam far qualcosa per Pablito Calvo.
Quel periodo li c’era stato sto gran successo di Marcellino pane e vino con Pablito Calvo, il cinno del film.
Era un film tutto sui preti, troppo successo, la Demograzia Cristiana sguazzava.
Io ero già in fase molto critica e mi piaceva andare a far l’asino con sta gente che loro ci credevano ancora, facevano tutti sti congressi, sempre li a parlare.
Allora quando dicono Ci dobbiamo inventare qualcosa per opporci al fascino di Pablito Calvo e di Marcellino pane e vino, chi ha delle idee parli.
Io prendo la parola.Ero in fase molto critica e dico Inventiamoci Carlo Spiga, pane e figa.
Te ridi? Loro ridevano meno.

Per fortuna che quando poi han fatto tutti quei casini che han cambiato non so neanche quanti nomi, adesso sono ancora Partito Demogratico? Ecco, per fortuna che quel periodo li io ero già fuori da tutto.
Be, adesso che c’è da ridere non ridi?

Il Reno, una volta mi è venuto da pensarci, è un fiume orgoglioso, come la terra che attraversa.
Ci vuol dell’orgoglio ad essere l’unico che piuttosto che far l’affluente del Po, lui ci arriva vicino poi da una sterzata e si butta nel mare da solo.
Se ci guardi, la nel ferrarese, sembra dire pitost magn ‘na merda, fa una gobba poi prende la sua strada e se ne frega di essere uno dei tanti.
L’Emilia è una terra di originali.
Anche i fiumi.

Per dire, io avevo un nonno, Binda gli dicevano alla cava sul Reno dove lavorava.
Binda come Alfredo Binda il ciclista, che lui si chiamava Alfredo, mio nonno.
Il nonno, quando è andato in pensione, dopo 40 anni di cava che con una scheggia in un piede ci aveva anche rimesso il mignolo, ha ripreso a lavorare la campagna e ha smesso di tenere le scarpe nei piedi.
E me la ricordo bene quella questione perché io mi fissavo a guardargli i piedi sempre sporchi, callosi e senza un dito.
Lui mi diceva che il dito lo teneva in un vasetto sotto il letto.
Non ci ho mai creduto, ma non son mai andato a controllare, che mi faceva senso anche solo pensarci.
Non so cos’era quella mania di girar scalzo, ma lui le scarpe non se le è più messe fino al 2000 che poi è morto e ci siamo accorti che non gli andavano più le scarpe, non si infilavano.
Alla fine l’han seppellito scalzo.
Ma non l’han neanche seppellito che la nonna non ha voluto metterlo in terra, il nonno, ma nel loculo al primo piano del cimitero perché credeva che per terra avesse freddo, senza scarpe.

Poi, sempre per dire, avevo un altro nonno, che dei nonni ce ne son massimo due, i miei eran tutti e due originali.
Questo, dopo che è andato in pensione, non si è più tolto il pigiama.
Stava delle ore nel bagno a leggere i libri gialli e se lo andavi a trovare, che non è più uscito di casa dopo la pensione, lui a tutte le ore, se non era in bagno, era in giro in pigiama con la camicia e la cravatta.
Si chiamava Rinaldo e di lui mi è rimasto solo questo ricordo e il cognome.

Anche io sono emiliano, ma per diventare originale bisogna che aspetti la pensione.

Per adesso vado a lavorare.
Lavoro a Borgo, un posto originale anche quello, dove hanno fatto il centro commerciale di fianco al cimitero.
Borgo è poi un quartiere, un quartiere antico, nel senso che è pieno di vecchi.
Per questo, cimitero e centro commerciale stan così vicini.
D’estate porti i vecchi a rinfrescarsi al centro commerciale, il Centro Borgo, poi se non ce la fanno, senza tanta fatica, li allunghi al cimitero.
C’era nel piano regolatore.

A Borgo però c’è anche il ponte sul fiume Reno, il ponte con le statue, perchè un ponte su un fiume di un quartiere di una città che si rispetti, se non ha le statue non val la pena neanche citarlo.
Infatti ci son le statue, tristissime, che quasi nessuno lo sa o se le ricorda che tanto quel ponte non è in un punto dove si fa la passeggiata dopo il gelato. So mica perchè ci han messo le statue.

L’ufficio è li da quelle parti, comodo a venirci col treno da Porretta, scomodo se ci devi parcheggiare.
Ci occupiamo di immobili, di servizi, di servizi per gli immobili infatti una volta abbiam montato gli antipiccione su un cornicione e un’altra volta ho pulito la cucina di un ristorante di pesce.
Si fa quel che serve, per campare.

Oggi per esempio, arrivo e c’è il bastone di una scopa di traverso sulla porta.
Una roba del genere non la vedevo dalle elementari, quando le bidelle davano lo straccio al refettorio.
Io però di bidelle, in ufficio, non ne ho mai viste.
Infatti, piegato sul mocho, slip da piscina, ciabatte e torso nudo, grondante sudore che siamo in giugno inoltrato, c’è lui, l’ennesimo originale, il mio Capo.
Io c’ho il titolare che alle 8.00 della mattina, da lo straccio al pavimento in costume da bagno.

Cambiate registro

20/11/2010

In quel tempo vagavano nel deserto tra auto da rottamare e la ferrovia Bologna – San Giovanni in Persiceto, in attesa del termine della pausa pranzo.

Si avvicinò un pellegrino dalle vesti eleganti e lo sguardo demoniaco.

Maestro, siamo in pericolo? sarà mica un fariseo?

Non temere figliuolo, lasciamolo parlare in modo che possa dirci di cosa necessita.

E il pellegrino parlò

Ma sai che non sei cambiato neanche un po’? Ma quanti anni sono passati? Mi ricordo bene, eri uno che andava a scheggia.. averne avuti come te.

Il maestro ascoltava impassibile.

Adesso ho cambiato lavoro, son passato all’abbigliamento. Vengo proprio dal mercato e guarda, son così contento di averti rivisto che ti voglio fare un regalo.

Il pellegrino corse alla sua auto e aprì il bagagliaio.

Maestro, chi è costui che dice di conoscervi? Non vorrà mica coinvolgerci nei loschi traffici? chiese il discepolo.

Non ricordo chi sia questo peccatore, ma cosa buona e giusta, figliuolo, è accettare i frutti che incontri sul cammino. Ci sarà più gioia in cielo per un solo pellegrino che si ravvede che per novantanove che vivono nella correttezza. Chi ha orecchie, ascolti, disse il Maestro.

Te sei una 54? Chiese il pellegrino che poi sfilò dall’auto tre grucce imbustate che lasciavano immaginare capi finemente preparati con le sete d’oriente.

E con abilità e destrezza, il pellegrino porse tre grucce imbustate taglia 54 nelle mani del maestro e una taglia 52 in quelle del discepolo.

Il maestro è il mio pastore, con lui non manco di nulla, pensò il discepolo felice di quel dono inatteso.

Ma non possiamo accettare questi regali senza contraccambiare il tuo favore, dicci il prezzo dei tuoi servigi.

Con 200 denari siamo a posto. Hai visto che seta e che disegno? Questi io li butterei che son campionario, ma solo per te faccio un regalo, che per 200 denari son proprio regalati.

Il Maestro prese la borsa e iniziò a contare i denari.

Ma stiamo facendo la cosa giusta, Maestro? Il pellegrino diceva di conoscervi ma lei non si ricorda di lui, poi parlava di doni e adesso chiede denari!

Figliuolo, non mettere zizzania sulla buona fede di questo peccatore redento, anzi, se hai da prestarmi 50 denari sarò lieto di saldare il dovuto al buon uomo.

E il discepolo prestò i denari.

Il pellegrino lasciò dicendo che in caso di problemi, cambi di taglia o altro, nell’etichetta dentro le buste c’erano tutti i suoi recapiti.

I due, rimasti soli, decisero di guardare meglio i frutti che il cammino e 200 denari gli avevano recapitato.

Il Maestro aprì la prima busta e vi trovò la diabolica sorpresa: un corpetto di giacca senza fodera con le maniche scucite e dei pantaloni neanche l’ombra.

Stessa sorte anche per le altre buste.

In verità, in verità ti dico, caro discepolo, soccia che inculata.

Il giorno che ho odiato per degli anni è stato il sabato.

Io il sabato non mi godevo neanche i cartoni la mattina appena sveglio né le paste che portava a casa il babbo per il dolce del pranzo.

Io il sabato, appena sentivo mia madre che diceva Mario, portali mo fuori che devo dare l’aspirapolvere, mi avevan già rovinato tutto.

Preferivo aver la febbre, il sabato, che l’aspirapolvere si può dare lo stesso se stai nel letto con la febbre e almeno non sei costretto ad andar fuori.

Perchè appena Mario, che è poi il mio babbo, sentiva quella roba li dell’aspirapolvere, lui preparava la macchina fotografica, ci vestiva di tutto punto, poi ci portava a far le foto.

Fin qui niente di male.

Il fatto è che poi, non si è mai capito il perchè, per far ste foto cercava le periferie più degradate e poi faceva sti scatti di esclusivo valore personale, il suo.

Ci vuole una certa predisposizione all’arte per prendere la macchina, caricare i figli, due, andare a cercare quei posti che se ci pensi, andrebbero bene solo per fare i film coi morti viventi.

Io ho provato ad entrare nella mente di quel criminale che faceva le foto, mio padre, ma lo sforzo è troppo, un po’ come capire l’arte contemporanea.

Ma ditemi che valore artistico può avere questo fanciullo tra Mini Innocenti carrozzeria stinta e opifici industriali in parcheggio deserto con illuminazione pubblica.

Non parliamo poi dell’abbigliamento ereditato da un qualche cugino che già anticipava il ritorno del cardigan, il pantalone al ginocchio e le camicie da rappresentante della folletto.

E chissà cosa pensavo li, che sembro imbalsamato, inerme, rassegnato, un morto vivente.

Secondo voi se ti dicono sorridi, nel far una foto così, c’è da sorridere?

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